Poesie d’amore: gli scritti più belli dei poeti e delle poetesse

Poesie d'amore John Keats

John Keats è considerato il poeta più rappresentativo del secondo periodo del romanticismo inglese. Nato a Londra il 31 ottobre 1795 e morto il 23 febbraio 1821 (di Tubercolosi) nella sua casa romana, Keats era un giovane dotato di una straordinaria sensibilità. L’amore per la poesia lo spinse a prendere decisioni importanti, come quella di lasciare il lavoro di assistente presso il Guy’s Hospital per dedicarsi interamente alla sua passione; Edmund Spencer, Torquato Tasso, John Milton, William Wordsworth sono solo alcuni dei poeti ai quali si appassiona. Un ruolo importante per la sua poetica lo avrà William Shakespeare.  Dopo la morte del fratello Tom, nel 1918, Keats si trasferisce a casa del suo amico Charles Brown.

Comporrà qui le sue poesie più belle e si imbatterà nel sentimento più intenso che un poeta possa provare: l’amore per una donna. Fanny Brawne catturerà completamente l’animo del poeta che la desidererà fino agli ultimi giorni della sua vita, pur non potendola sposare a causa della sua malattia e della sua situazione economica. “Sono avido di te. Non pensare che a me. Non vivere come se io non esistessi. Non dimenticarmi.” Le lettere d’amore di Keats ci hanno regalato dei versi carichi di quel sentimento puro ed egoistico che il poeta provava per Fanny, la sua tanto desiderata bright star.

 

Fulgida stella

 

Fulgida stella, come tu lo sei

fermo foss’io, però non in solingo

splendore alto sospeso nella notte

con rimosse le palpebre in eterno

a sorvegliare come paziente

ed insonne Romito di natura

le mobili acque in loro puro ufficio

sacerdotale di lavacro intorno

ai lidi umani della terra, oppure

guardar la molle maschera di neve

quando appena coprì monti e pianure.

No, – eppure sempre fermo, sempre senza

mutamento sul vago seno in fiore

dell’amor mio, come guanciale; sempre

sentirne il su e giù soave d’onda, sempre

desto in un dolce eccitamento

a udire sempre sempre il suo respiro

attenuato, e così viver sempre,

– o se no, venir meno nella morte.

 

Senza di te

Non posso esistere senza di te.

Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti:

la mia vita sembra che si arresti lì,

non vedo più avanti.

Mi hai assorbito.

 

In questo momento ho la sensazione

come di dissolvermi:

sarei estremamente triste

senza la speranza di rivederti presto.

Avrei paura a staccarmi da te.

 

Mi hai rapito via l’anima con un potere

cui non posso resistere;

eppure potei resistere finché non ti vidi;

e anche dopo averti veduta

mi sforzai spesso di ragionare

contro le ragioni del mio amore.

 

Ora non ne sono più capace.

Sarebbe una pena troppo grande.

Il mio amore è egoista.

Non posso respirare senza di te.

 

La dolcezza di quel viso.

Lo sfavillio del suo sguardo splendente

E quel seno, terrestre paradiso.

Mai più felice sarà la vista mia,

Ché ha perso il visibile ogni sapore:

Perduto è il piacere della poesia,

L’ammirazione per il classico nitore.

 

Sapesse lei come batte il mio cuore,

Con un sorriso ne lenirebbe la pena,

E sollevato ne sentirei la dolcezza,

La gioia, mescolata col dolore.

 

Come un toscano perduto in Lapponia,

Tra le nevi, pensa al suo dolce Arno,

Così sarà lei per me in eterno

L’aura della mia memoria.

 

Ode all’usignolo

Il cuore si strugge ed un sonnolento torpore

affligge i sensi, come se ebro di cicuta,

o d’un sonnifero pesante trangugiato

pochi istanti fa, fossi affondato nel Lete:

è non certo per invidia della tua felice sorte,

ma troppo felice nella tua felicità.

Tu, arborea driade dalle lievi piume,

che in una macchia melodiosa

di faggi verdi e sparsa d’ombre innumerevoli

canti l’estate la felicità a gola spiegata.

 

O per un sorso di vino! Che sia stato

rinfrescato da secoli nelle profondità sotterranee,

sapido di Flora e di prati verdi,

di danza, di canti provenzali, d’allegria solare!

Oh, sì, bere una coppa colma di calore,

pregna di rosso, Ippocrene pura e sincera,

con rosari di bolle occhieggianti sull’orlo,

e la bocca macchiata di porpora;

sì, poter bere, e inosservato lasciare il mondo

per svanire, infine, con te, nelle foreste oscure.

 

Sparire, lontano, dissolvermi, e dimenticare poi

ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto:

il languore, la malattia, l’ansia.

Qui dove gli uomini seggono e odon l’un l’altro gemere,

qui, dove il tremito scuote gli ultimi, scarsi capelli grigi,

dove la giovinezza impallidisce, si consuma

e spettrale muore,

dove il pensare stesso è riempirsi di dolore,

e la disperazione regna, dagli occhi di piombo,

dove la bellezza vede spenta la luce dallo sguardo

e il nuovo amore non riesce a struggersi oltre il domani.

 

Lontano! Lontano! e arrivare da te,

non portato da Bacco e dai suoi pargoli,

ma sulle invisibili ali della poesia,

anche se la mente, ottusa, si confonde e indugia:

già lì, con te, tenera è la notte,

con la sua luna regina sul trono

e le fate stellate tutt’intorno:

qui, invece, non c’è luce alcuna,

se non quella che dal cielo con la brezza spira

per verdeggianti tenebre e sinuosi sentieri di muschio.

 

Non vedo quali fiori siano ai miei piedi,

né che dolce incenso impenda sui rami,

ma nella profumata oscurità intuisco ogni soavità

di cui il mese propizio dota

l’erba, il boschetto e il selvaggio albero da frutta,

il biancospino e la pastorale Eglantina,

viole, presto appassite e sepolte tra le foglie;

e la figliuola maggiore di metà maggio:

la veniente rosa muschiata, dall’umore di vino di rugiada,

mormoreggiante dimora d’insetti nelle sere estive.

 

Nel buio ascolto, e ben molte volte

ho quasi desiderato la confortevole morte,

l’ho chiamata con soavi nomi in molte meditate rime,

l’ho pregata perché via si portasse nell’aria il mio respiro.

Or più che mai mi pare bene morire:

spegnersi a mezzanotte, senza alcun dolore,

mentre tu versi fuori l’anima

in tale estasi!

Tu canteresti ancora: ed io avrei orecchie invano,

al tuo alto requie divenuto una zolla.

 

Tu non nascesti per morire, tu, piuma immortale!

Le affannate generazioni non ti calpestano,

e la voce, che odo in questa fuggevole notte, fu udita

in antichi giorni da re e da villani:

forse è lo stesso canto che il sentiero trovò

nel cuore di Ruth, quando afflitta da nostalgia

ella stette in lagrime tra il grano straniero;

lo stesso, forse, che spesse volte ha

incantato magiche finestre, aperte sulla schiuma

di perigliosi mari, in fatate terre deserte.

 

Deserte! Come una campana risuona questa parola

che rintocca per ritrarmi da te alla mia solitudine!

Addio! La fantasia non può frodare così bene

com’ella ha fame di fare, ingannevole silfo.

Addio, addio. La tua antifona dolorosa svanisce

oltre i prati vicini, oltre la silenziosa corrente,

su per il colle per svanire appieno

tra i boschi della vicina valle.

È stato un sogno? O una visione?

Svanita è quella musica: dormo o son desto?

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