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Film Queen: cosa racconta e quanto è realistico

07/08/2026

Film Queen: cosa racconta e quanto è realistico
Foto di: Carl Lender, CC BY-SA 3.0 <http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/>, via Wikimedia Commons

Bohemian Rhapsody, uscito nel 2018 e diretto da Bryan Singer — con Dexter Fletcher che ne completò la regia dopo l'allontanamento di Singer durante le riprese —, rimane a distanza di anni uno dei biopic musicali più visti della storia del cinema, avendo incassato oltre novecento milioni di dollari a livello globale e conquistato quattro premi Oscar, tra cui quello per il miglior attore protagonista a Rami Malek. Il film sui Queen ha riportato alla ribalta una delle band rock più iconiche del Novecento, introducendola a generazioni che non avevano vissuto in prima persona gli anni settanta e ottanta, periodo in cui i Queen costruirono il loro catalogo tra Mercury, May, Taylor e Deacon. Che questa operazione abbia avuto un impatto culturale reale è fuori discussione; che lo abbia fatto con assoluta fedeltà ai fatti storici è, invece, questione che vale la pena esaminare con attenzione.

Chi conosce la discografia e la biografia dei Queen sa che il film prende libertà narrative significative, riorganizzando la cronologia degli eventi, semplificando alcune relazioni e omettendo capitoli interi della storia della band. Questo non è necessariamente un difetto del genere biopic in quanto tale: la trasposizione cinematografica di una vita — o di una carriera — impone sempre delle scelte, e quelle scelte riflettono inevitabilmente un punto di vista, spesso quello dei sopravvissuti che hanno partecipato alla produzione. Nel caso specifico, Brian May e Roger Taylor erano produttori esecutivi del progetto, il che spiega alcune angolature narrative e alcune reticenze.

Ciò che rende il film sui Queen degno di analisi approfondita non è la semplice lista degli errori storici — esercizio tutto sommato sterile — quanto piuttosto il modo in cui le scelte drammaturgiche costruiscono un'immagine precisa, e talvolta distorta, di Freddie Mercury, della sua vita privata e del rapporto con la band. Capire dove il film diverge dalla realtà aiuta a leggere meglio sia l'opera cinematografica sia la storia reale che vi sta dietro.

La struttura narrativa del film e le principali libertà cronologiche

Bohemian Rhapsody comprime e riorganizza circa quindici anni di storia della band in una traiettoria drammatica che culmina con l'esibizione al Live Aid del luglio 1985, trattata come il momento redentivo della carriera di Mercury e, implicitamente, come il punto di riconciliazione tra lui e i suoi compagni. Il problema è che molti degli eventi mostrati nel film come antecedenti al Live Aid sono in realtà accaduti dopo: la rottura con il manager John Reid, il tentativo di carriera solista di Mercury, le tensioni più acute all'interno della band — tutto questo appartiene in larga misura agli anni successivi al 1985, non a quelli precedenti. Il film, dunque, costruisce una parabola drammatica efficace sul piano cinematografico spostando i fatti nel tempo per creare un arco narrativo coerente: la caduta, il ritorno, la redenzione davanti a un pubblico di settantadue mila persone a Wembley.

La diagnosi di sieropositività di Mercury è un altro punto critico: nel film viene collocata prima del Live Aid, con una scena in cui Mercury riunisce la band per rivelare la propria condizione. In realtà, Mercury ricevette la diagnosi nel 1987, due anni dopo il concerto, e la comunicò ai componenti della band solo nel 1989 o 1990 secondo le fonti disponibili. Questa manipolazione temporale ha una funzione drammatica evidente — conferire alla performance di Wembley un significato aggiuntivo, trasformarla in un testamento inconsapevole — ma distorce la realtà in modo sostanziale.

Il ritratto di Freddie Mercury: cosa il film mostra e cosa tace

Rami Malek offre una performance fisicamente precisa e vocalmente convincente, catturando le movenze sceniche di Mercury con una cura per il dettaglio che ha giustamente ricevuto riconoscimenti; tuttavia, la sceneggiatura costruisce attorno a lui un personaggio che oscilla tra l'icona e la vittima, trascurando la complessità intellettuale e il controllo creativo che Mercury esercitava su ogni aspetto della produzione dei Queen. Mercury era un musicista con una formazione classica solida, un compositore che pensava in termini di struttura armonica e orchestrazione, un perfezionista che in studio poteva ridisegnare un arrangiamento da capo senza esitazione. Il film lo mostra spesso come figura emotivamente reattiva, guidata dagli eccessi e dalle relazioni, più che come architetto consapevole del suono della band.

Il rapporto con Mary Austin, la compagna degli anni settanta con cui Mercury mantenne un legame profondo per tutta la vita, è trattato con una certa sensibilità; più schematica è invece la rappresentazione della sua vita sentimentale successiva, inclusa la relazione con Jim Hutton, che nel film compare quasi come personaggio funzionale alla redenzione finale piuttosto che come presenza centrale degli ultimi anni di vita di Mercury. Paul Prenter, il manager personale di Mercury, viene invece costruito come villain quasi monocorde: figura reale e controversa, certo, ma ridotta a una caricatura narrativa utile a spiegare le scelte "sbagliate" di Mercury senza interrogare le responsabilità dell'intera struttura che lo circondava.

Il Live Aid nel film e nell'archivio storico

La sequenza del Live Aid è, dal punto di vista tecnico e registico, la parte più riuscita del film sui Queen: la ricostruzione del palco di Wembley, la scaletta esatta, i movimenti di Mercury — il modo in cui utilizzava l'asta del microfono, il dialogo ritmico con il pubblico durante Radio Ga Ga — sono riprodotti con una fedeltà quasi documentaristica, e il confronto con i filmati d'archivio della performance originale rivela quanto lavoro preparatorio sia stato fatto da Malek e dal team creativo. In questo segmento il film smette di essere biopic e diventa qualcosa di più vicino alla ricostruzione storica, con una precisione che contrasta vistosamente con le libertà prese nel resto della narrazione.

Vale la pena ricordare che la performance dei Queen al Live Aid del 13 luglio 1985 è considerata da musicisti, critici e storici del rock come una delle più grandi esibizioni live mai documentate: venti minuti di set che ridefinirono il rapporto tra una band e un pubblico di massa. Il film riesce a trasmettere questa eccezionalità, e lo fa senza ricorrere a effetti artificiali o a un montaggio enfatico; lascia che la musica e la presenza scenica di Mercury parlino da soli, ed è probabilmente il momento in cui la distanza tra fiction e realtà si riduce al minimo.

Il ruolo degli altri componenti della band nella narrazione

Brian May, Roger Taylor e John Deacon sono presenti nel film come contrappunto corale a Mercury, ma rimangono figure scarsamente sviluppate sul piano psicologico e biografico; questo squilibrio è in parte inevitabile — il film ha un protagonista dichiarato — ma finisce per appiattire le dinamiche reali all'interno della band, che erano molto più conflittuali e articolate di quanto la narrazione suggerisca. May e Taylor, in particolare, avevano ambizioni solistiche proprie e tensioni creative con Mercury che il film tende a risolvere in modo troppo pulito, costruendo un'immagine di fratellanza quasi mitica che i protagonisti stessi, nelle interviste rilasciate nel corso degli anni, hanno parzialmente smentito o quantomeno ridimensionato.

La partecipazione di May e Taylor come produttori esecutivi ha inevitabilmente influenzato il tono complessivo: il film evita di approfondire episodi scomodi che riguardano i due musicisti, concentrando le zone d'ombra quasi esclusivamente su Mercury e sui personaggi che gli ruotavano attorno. Deacon, ritiratosi dalla vita pubblica dalla fine degli anni novanta, è praticamente assente nella dimensione umana, ridotto a comparsa benevola senza voce propria.

La ricezione critica e l'impatto sul pubblico a distanza di anni

A distanza di quasi un decennio dall'uscita, Bohemian Rhapsody continua a essere il riferimento principale per chi si avvicina alla storia dei Queen attraverso il cinema, il che rende ancora più rilevante interrogarsi su cosa il film Queen abbia trasmesso e cosa abbia distorto. La critica specializzata fu divisa: molti recensori segnalarono le imprecisioni storiche e la sceneggiatura convenzionale, riconoscendo però la forza della performance di Malek e l'efficacia della ricostruzione del Live Aid. Il pubblico generalista rispose in modo entusiastico, e la colonna sonora — in realtà la discografia originale dei Queen — tornò nelle classifiche di mezzo mondo.

Questa divaricazione tra accoglienza critica e successo commerciale è rivelatrice di qualcosa di più generale sul genere biopic musicale: il pubblico non cerca necessariamente la verità documentaristica, ma un accesso emotivo a un mondo e a un'epoca, e il film riesce in questo compito con efficacia. La fedeltà alla realtà, in questo contesto, diventa una variabile secondaria rispetto alla capacità di generare risonanza affettiva; il rischio, però, è che la versione cinematografica si sovrapponga progressivamente alla memoria storica, fino a sostituirla per larga parte del pubblico. È un rischio che ogni biopic porta con sé, e che Bohemian Rhapsody porta con particolare intensità, data la scala globale della sua diffusione.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to