Festival della letteratura di viaggio 2018: la precarietà dell’identità

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Festival della Letteratura di viaggio 2018. Foto di Silvia Libutti

Si è conclusa, a Roma, l’undicesima edizione del Festival della letteratura di viaggio, che ha visto coinvolte molte eccellenze del panorama mondiale letterario e artistico.

La kermesse, promossa dalla Società Geografica Italiana, è dedicata agli amanti dei libri di avventura e agli appassionati di terre e culture. Quest’anno, fil rouge del Festival della letteratura di viaggio, è stato il tema della scoperta, intesa come incontro dell’altro, capace di generare tolleranza, attraverso l’esperienza di ascolto. Incontri, mostre, premi, laboratori, passeggiate, proiezioni, performance, tornei letterari, serate tematiche, spazi autogestiti, hanno animato le giornate, nella splendida cornice di Villa Celimontana e delle aree urbane della capitale. Noi di Cheeky  abbiamo partecipato al Festival della letteratura di viaggio affrontando un percorso tematico ben preciso: la questione dell’identità. Lo abbiamo fatto attraverso tre eventi, in compagnia di esperti, autori e dei loro splendidi libri. Partiamo!

Festival della letteratura di viaggio 2018: i sensi del viaggio

Identità e alterità del popolo israelita

Le voci di un narratore, le riflessioni di una studiosa. Israele, storie, personaggi, identità, alterità.
Con Yaniv Iczkovits, scrittore, e Donatella Di Cesare, filosofa. 

Il Festival della letteratura di viaggio ci trasporta in terre vicine e ci permette di riflettere su questioni importanti e delicate. Entrando a Villa Celimontana, assistiamo al confronto fra lo scrittore Iczkovitz e la filosofa Di Cesare che, attraverso l’analisi dei loro libri, hanno dato vita a un interessante dialogo sul concetto di identità e di alterità. Come dice la filosofa Di Cesare, l’identità, concetto strumentalizzato dalla politica, è un mito, non è metafisica e data per sempre e il popolo della diaspora ne è un esempio.

L’ebreo è assurto a paradigma di un’identità liquida, forzata a compromessi con le culture che hanno tentato di sopraffarla. Un’identità che deve celarsi e camuffarsi. Il risultato è quello di una comunità che, ridotta alla sopravvivenza, tradisce, nel senso più complesso del termine, a volte sé stessa, altre, il proprio interlocutore. Come spiega Donatella Di Cesare, neanche il battesimo riuscirà a mondare il sangue dell’ebreo, che diventerà la vittima elettiva delle assurde e cieche leggi razziali. Questi i libri presentati:

Tikkun o la vendetta di Mende Speismann per mano della sorella Fanny, di Yaniv Iczkovits

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Fanny Keismann è la figlia di un macellaio rituale ebreo e già da bambina manifesta un particolare talento per la professione. La sua fama si diffonde e molti ebrei si recano a Grodno, nella Bielorussia, per vederla all’opera e acquistare la sua carne. La macellazione rituale non può essere praticata da una moglie e una madre e Fanny lascia il lavoro e per dedicarsi ai figli.

Vive in totale tranquillità fino al giorno in cui il marito della sorella maggiore abbandona la sua famiglia senza lasciare traccia. Commossa dal dolore della sorella decide di partire alla ricerca del cognato, per costringerlo a tornare a casa o a concederle il divorzio, liberandola dalla condizione di donna legata a un uomo assente. Sarà l’inizio di un’avventura che rischia di minare le fondamenta stesse dell’Impero russo.

In un libro che è al limite tra un romanzo di Singer e uno spaghetti western, la protagonista, sarà accompagnata nella sua avventura da personaggi di ogni sorta, marrani, sciocchi, individui che vivono ai margini della società. Proprio i marginali e i folli, possono permetterci davvero di conoscere una società, secondo l’autore, dal momento che “tutti siamo un po’ matti anche se non ci piace dircelo”. Compito di Iczkovits è proprio quello di presentarci gli ebrei veri, lontani dall’idealtipo che siamo abituati a immaginare.

Iczkovits inoltre rivela di non aver preso in considerazione un finale ottimista, ma di aver rinunciato a quello pessimista, che sarebbe stata la scelta narrativa più bella, in favore di un finale aperto, che pone in luce la questione della possibilità di riparare, intesa come compito. Tikkun significa proprio compito in funzione riparativa e indica tutto ciò che una persona ha la missione di realizzare, su di sé e nel mondo, per migliorare sé e il mondo.

Il diluvio è cominciato già da tanto, tanto tempo, Fanny lo sa bene. E continua. Sui tetti cadono piccole gocce, nessuno capisce che sono lacrime. Il mondo è sull’orlo della catastrofe,(…) Eppure, gli uomini non si precipitano a entrare nell’arca, perché la terra ancora non è sommersa, si affonda lentamente, senza quasi accorgersene. E comunque, un miracolo è sempre possibile. Non è vero?

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Marrani. L’altro dell’altro, di Donatella Di Cesare

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Con il termine “marrani” si indicano gli ebrei sefarditi che nel Medioevo vennero costretti ad abiurare la loro fede e ad abbracciare la religione cristiana. L’etimologia della parola “marrano” è incerta, ma veniva usata in spagnolo in senso dispregiativo come sinonimo di porco, per ingiuriare i conversos, o cristianos novos, ritenuti eretici e traditori.

Storicamente, la persecuzione antiebraica iniziò il 4 giugno del 1391, quando una folla inferocita fece irruzione nella judería di Siviglia, massacrando 4000 appartenenti alla comunità. Da quel momento eccidi di massa, distruzione di sinagoghe e saccheggi proseguirono in tutta la Spagna, fino alla definitiva espulsione degli ebrei, avvenuta nel 1492.

L’autrice ripercorre, non solo le varie fasi delle persecuzioni, dalle rivolte alle prime leggi razziali sulla limpieza de sangre, promulgate nel 1449, fino all’emigrazione degli ebrei verso altri paesi europei, l’Oriente e il Nuovo Mondo, ma delinea anche la condizione psicologica, di doppiezza esistenziale e di scissione del sé, dei marrani. Costretti a una conversione forzata, i marrani, non facevano più parte della famiglia giudea ma neanche di quella cristiana. Alcuni di loro, accettando il cristianesimo e migliorando la loro condizione sociale, provocarono invidie e risentimenti. Altri rimasero in segreto fedeli alla Torah, ma persero il Talmud, la memoria dei riti.

Nell’ultimo capitolo, L’altro dell’altro, Donatella Di Cesare sottolinea quanto fosse ibrido lo status dei marrani, condannati alla diversità.  Questa immagine contraddittoria, finirà per rendere la figura del marrano unica e irriducibile a schemi mentali. Il marrano sarà l’anticipatore di una diversa sensibilità, come nel caso di Baruch Spinoza e Santa Teresa D’Avila, e un pioniere dell’esplorazione interiore.

Insieme al concetto di purezza, individuata nel sangue e nella discendenza, viene introdotta l’esigenza di una difesa da ogni possibile contagio.

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La prospettiva delle donne, Morgana di Avalon e Nellie Bly

Due figure femminili: fata, strega, sacerdotessa e dama, l’una; giornalista d’inchiesta, l’altra. Con gli scrittori Michela Murgia e Nicola Attadio.

Al Festival della letteratura di viaggio si parla anche dell’identità di genere. Michela Murgia e Nicola Attadio, partendo dalle rappresentazioni leggendarie della donna, ci mostrano i limiti tangibili del suo ruolo sociale e culturale. L’identità della donna si scontra, attraverso la storia reale e virtuale, con quella dell’uomo. Un’identità relativizzata e non ancora libera dallo stereotipo maschilista.

Grazie ai libri dei due autori, scopriamo che alle donne non viene riconosciuto il potere vero, quello di strutturare il mondo, ma solo quello derivante dalla loro relazione con l’uomo o con la natura. Come sostiene Michela Murgia: “la battaglia è ancora aperta”, come dimostrano, ad esempio, i recenti titoli giornalistici che, al Premio Campiello, celebrano il trionfo del “talento femminile”, e non già del “talento”. Questi i libri che hanno presentato:

L’inferno è una buona memoria. Visioni da Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, di Michela Murgia 

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→ Leggi le prime pagine gratis ← In ogni momento un buon libro può cambiarti la vita e darti una chiave di lettura diversa della realtà. Persino un libro apparentemente frivolo, come il fantasy “Le nebbie di Avalon”, riletto da Michela Murgia, può ispessirsi e diventare un atto di rivolta narrativo. Le parole, infatti, creano il mondo, lo confermano o lo delineano, e le storie tendono ad essere normative, perché il modo in cui ci si immagina determina il modo in cui si agisce. Partendo dalla percezione, dal pensiero che si formula in merito a determinate questioni, si agisce già per trasformare le cose. Grazie a questo libro Michela Murgia si rende conto dell’egemonia dello sguardo maschile sul mondo: le donne sono tutte nella testa di un uomo.

Marion Zimmer Bradley racconta il ciclo arturiano, fatto di eroi, cavalieri, ricercatori del santo graal, “tutta una serie di uomini che non ci piacerebbe incontrare la sera”, come sottolinea con ironia Michela Murgia, ma racconta la vicenda dalla prospettiva delle donne. L’autrice ci spiega come la realtà patriarcale e maschilista, abbia relegato la donna all’utilizzo di poteri secondari, inserendola in ruoli funzionali alla relazione con gli uomini . Le donne potenti, che non potevano essere dimenticate, furono raccontate male, divennero streghe, per impedire alle altre donne di immedesimarcisi.

Nel libro della Zimmer Bradley, Morgana, non è una fata né una strega, ma una sacerdotessa che ha il potere politico e lo esercita. Utilizza la strategia, solitamente di competenza dell’uomo, e non solo il sentimento. Le nebbie di Avalon insegna alle donne che ci sono molti ruoli, e non solo quelli che la società patriarcale ha imposto alle donne: “c’è spazio per tutte le donne che siamo”. Nel mondo creato da Zimmer Bradley, dove tutto è adottivo, il depotenziamento del sangue e quindi del legame con una fittizia identità ereditaria, permette la libertà di scelta . Le donne possono scegliere la propria identità e assumere il potere, mettendo in crisi la realtà costituita.

era già evidente che quella che fino a quel momento avevo considerato come “la storia di Artù” o al massimo quella “dei cavalieri della tavola rotonda” era in realtà la storia di Morgana, di Igraine, di Morgause, di Viviana e di Ginevra.

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dove nasce il ventoDove nasce il vento. Vita di Nellie Bly, di Nicola Attadio

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Elizabeth Cochran nasce in un paese di provincia, da una famiglia ricca ma alla morte del padre è costretta ad emigrare a Pittsburgh, una città “nera” di fuliggine per via delle industrie. Cerca lavoro ma non lo trova perché non vuole finire a lavorare in fabbrica. Nellie pensa di avere un talento. Con una fiducia tipicamente americana bussa alla porta di John Cockerill, direttore del “New York World” di Joseph Pulitzer. Chiede di essere assunta come reporter. Nessuna donna aveva mai osato tanto. Ha ventitré anni, ma già da tre scrive per un quotidiano di Pittsburgh firmandosi Nellie Bly.

Una donna reporter non si è mai vista, ma la sua idea di un’inchiesta sotto copertura a Blackwell Island, manicomio femminile di New York, convince Cockerill e Pulitzer. Nellie capisce che se vuole raccontare la verità deve camuffarsi e utilizzare la menzogna. Ne nasce un reportage che farà la storia del giornalismo. Da qui, in un crescendo di popolarità e sotto mille travestimenti, Nellie racconterà l’America agli americani e le storie delle donne “senza”, senza lavoro, senza soldi, senza famiglia, senza bellezza. Sfiderà la mentalità di politici e benpensanti e viaggerà in tutto il mondo.

Nellie Bly si trova a impersonare una figura mai esistita prima: la donna indipendente, artefice del proprio destino, la giornalista intrepida, ma non riuscirà a raggiungere il potere. Sarà declassata da grande promessa a giornalista acrobatica.

Ti hanno preso per pazza quando hanno letto il biglietto in cui dicevi “Me ne vado a New York”. Ti hanno preso per pazza anche qui, in questa città, quando ti sei proposta al “World” di Pulitzer come reporter. Ora da sola, in un mondo tutto al maschile, devi arrivare fino in fondo a questa storia.

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Festival della letteratura di viaggio: passeggiate letterarie

I luoghi della vita e dell’arte di Pirandello a Roma, da Via del Corso al Ponte Margherita, da Luigi a Mattia.
A cura di Florinda Nardi, docente di Letteratura italiana.

Il festival della letteratura di viaggio ci porta anche a spasso per la capitale. La professoressa Florinda Nardi ci accompagna in una passeggiata letteraria tra le strade di Roma che hanno contribuito a formare Luigi Pirandello e il suo alterego letterario, Adriano Meis. Fra le altre cose, lo scrittore è noto anche per aver saputo indagare l’identità. Nel suo celebre”il fu Mattia Pascal“, ci parla proprio di un uomo che, stanco del proprio ruolo sociale, decide di abbandonare la sua vita e costruirsi una nuova identità. Spacciatosi per morto, sarà libero di vivere la sua nuova identità e di diventare Adriano Meis?

– Io mi chiamo Mattia Pascal.
– Grazie, caro. Questo lo so.
– E ti par poco?
Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:
– Io mi chiamo Mattia Pascal.

“La mancanza di identità non è più vita”, ribadirà la professoressa Nardi.

Attraverso le parole dell’autore e del suo personaggio, la professoressa Nardi, ci racconta anche un’altra identità, quella della città di Roma, con il suo “gran cuore frantumato”. La Roma “portacenere”, di cui scrive Pirandello, si fa tangibile ai nostri occhi davanti al caffè Aragno, luogo in cui scrittori, politici e artisti si sono confrontati fino agli anni ’50 e che versa oggi in uno stato di totale abbandono, nonostante il suo pregio artistico e culturale. Riusciamo a scorgere la Roma “acquasantiera” entrando nella splendida Chiesa di San Rocco, dove Adriana, controparte femminile di Adriano Meis, si reca a prendere l’acqua benedetta.

Le pagine di Pirandello descrivono una capitale bella, classica ma anche risorgimentale, una città in espansione, che non si può semplicemente odiare o amare, perché supera, racchiudendole queste contraddizioni: Roma è tutto. Le sue parole si fanno tristemente attuali soprattutto sulla bocca di Anselmo Paleari, filosofo che accompagna Meis nelle sue passeggiate al centro, che si figura la città già morta.

Passando dalla prima dimora di Pirandello, in Via del corso, e andando per Via delle Colonnette, Via di Ripetta, fino al teatro dell’orologio e al ponte Margherita, approfondiamo le aspettative di Pirandello e godiamo del suo raffinato umorismo. Lo scrittore vedeva in Roma una possibilità per tornare a vivere e costruire la sua fama. La passeggiata si chiude davanti allo spettacolo del Tevere, che “anela di diventar mare su la Città”, metafora precisa del nostro viaggio sull’identità. Non ci resta che concordare con Pirandello: vivere è fluire; ognuno è uno, nessuno e centomila; ogni forma è morta.

Tu, invece, a volerla dire, sarai sempre e dovunque un forestiere: ecco la differenza. Forestiere della vita, Adriano Meis.

Si chiude così la nostra “avventura” all’interno del Festival della letteratura di viaggio. Un’esperienza costruttiva, emozionante e assolutamente consigliata.

Festival della letteratura di viaggio 2018: la precarietà dell’identità ultima modifica: 2018-09-30T20:59:24+00:00 da Silvia Libutti
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Donna capricorno con la passione per il cielo, le stelle e gli oracoli. Amo la ricerca, la spiritualità e l'arte in tutte le loro forme. Mi piace condividere e diffondere tutto ciò che reputo bello, originale, puro e vivificante per lo spirito umano.